C’è un settore della nostra vita collettiva (dal profilo scientifico, sociale, terapeutico, ecc.) che ha fatto. negli ultimi decenni, progressi impressionanti: la medicina. Gli effetti di questo fenomeno sono molteplici: tra i più conosciuti e apprezzati possiamo citare l’aumento della speranza di vita di parecchi anni, e l’alleviamento del dolore. E’ ovvio che questa spettacolare evoluzione della medicina comporta pure i suoi effetti, che vanno affrontati dalla collettività, e quindi dallo Stato: si pensi alle nuove infrastrutture (ospedali, attrezzature mediche, nuovi medicamenti) che si rendono necessarie per far fronte alle esigenze sempre rinnovate, e ai maggiori costi che tutto ciò comporta, sia per il privato sia per i poteri pubblici.

A questo proposito, è utile ricordare che un’attrezzatura ospedaliera adeguata ai nuovi tempi esiste nel nostro Cantone solo da circa 4 decenni. Fu infatti nel dicembre 1892 che il Gran Consiglio votò una “legge sugli ospedali pubblici” il cui elemento di maggior profilo fu l’istituzione di un ente di diritto pubblico denominato “ Ente ospedaliero cantonale “ ; ancora oggi, ovviamente con i numerosi mutamenti nel frattempo avvenuti, esso dirige le sorti della sanità ticinese, in particolare di quella pubblica.

Alcune cose sono cambiate nei rapporti, a livello ospedaliero e clinico, fra l’ente pubblico e gli istituti privati i quali, negli ultimi decenni, hanno goduto di uno sviluppo favorito da alcune contingenze. La più importanti delle quali è stata una Legge federale del 2012 che, in modifica della LAMAL, introdusse il finanziamento pubblico anche per le cliniche private. Il Canton Ticino, a seguito di questa modifica, eroga ai privati un importo tra 110 e 130 milioni all’anno. Un flusso di denaro che ha permesso alle cliniche private di assumere parecchi medici operanti prima all’EOC, concentrando così la loro attività sulle prestazione finanziariamente più redditizie, a scapito dell’Ente pubblico. Il tutto nell’ambito di una forte tendenza a favorire la privatizzazione (non solo nel settore medico), che si sarebbe ancora rafforzata con una revisione legislativa del 2015, favorevole a un’accentuata commistione tra pubblico e privato, fortunatamente bocciata in votazione popolare.

La pandemia che ha caratterizzato il mondo intero nel 2020 e in questo anno ha poi causato enormi problemi alla sanità, con l’obbligo di adeguare le strutture ospedaliere per farvi fronte. E’ sulla scorta dell’evoluzione registrata negli ultimi decenni, e poi in seguito del Coronavirus, che un gruppo di medici, nel quadro dell’attività dell’Associazione per la Difesa del Servizio pubblico, presieduta dal sottoscritto, ha deciso di fare il punto sulla situazione e di formulare delle proposte: ne è uscito un opuscolo, redatto dal medici Mario Alerci, Franco Cavalli, Giorgio Noseda, Beppe Savary-Borioli e Hans Stricker, con il coordinamento di Graziano Pestoni, già deputato al GC, e Segretario dell’Associazione. Questa presa di posizione potrà adeguatamente inserirsi nel dibattimento sulla pianificazione ospedaliera che sarà prossimamente oggetto di un messaggio del Consiglio di Stato al Gran Consiglio.

Il rapporto parte dalla fondamentale considerazione dell’interesse pubblico primario che ha la salute in tutto il mondo: di conseguenza, il servizio pubblico che gestisce la sanità deve godere di una situazione privilegiata rispetto ad altre realtà, come le infrastrutture gestite da un privato. Il che non esclude, in determinati casi, una collaborazione, sempre però nel rispetto del principio citato.

Nel concepire il futuro dell’organizzazione ospedaliera pubblica, il gruppo di studio ha voluto
sancire il principio dell’ospedale multisito, preferendolo ad altre soluzioni già prospettate, come l’ospedale cantonale unico. Il modello potrebbe essere ispirato, secondo il rapporto “ ad un orologio, con i suoi ingranaggi che contribuiscono in egual misura al movimento delle lancette del quadrante. Di conseguenze le strutture periferiche non dovrebbero fungere soltanto da luogo di triage/trasferimento e da fornitori di pazienti per il centro, ma dovrebbero mantenere una funzione autonoma nel contesto della medicina acuta. “ Il rapporto ha però voluto concretizzare questa valutazione di principio, delineando una possibile soluzione concreta. “ Si potrebbe prefigurare una distribuzione di tale tipo: all’Ospedale Civico di Lugano si attribuiscono la traumatologia e ortopedia complessa con il politrauma, la patologia vascolare, cardiaca e il neurocentro, l’Ospedale La Carità di Locarno diventa centro di riferimento cantonale per le malattie infettive, traendo spunto dall’esperienza di questo periodo, all’OBV d Mendrisio si costituisce un polo per la endocrinologia, malattie metaboliche e diabete, infine all’Ospedale San Giovanni di Bellinzona si concentrano le specialità oncologiche e pediatriche, con il centro donna-madre-bambino “. Comunque le quattro specialità di base (medicina chirurgica, ginecologia-ostetricia, pediatria e cure intensive) rimarrebbero funzionanti nei quattro centri principali. Un adeguato assetto dovrà pure essere assicurato alle sedi di valle.

In sintesi, la prospettiva per i prossimi decenni è così delineata nell’opuscolo: “ L’EOC deve affermare anche in futuro il suo ruolo centrale nella sanità ticinese seguendo una linea guida di equilibrio tra centralizzazione e prossimità. “

Tra gli altri oggetti, il rapporto dedica molta attenzione ai problemi del pronto soccorso, assai importante nel futuro quadro della sanità. In definitiva, viene auspicata una “ ristrutturazione del Pronto Soccorso, con ridefinizione secondo gli standard internazionali, chiarendo la missione delle singole strutture e migliorando di molto la professionalità dei quadri medici “.

Particolare attenzione, nella pianificazione ospedaliera, va poi data al personale infermieristico, sia per quanto concerne la sua formazione, in funzione anche alla specializzazione, sia per un miglioramento delle retribuzioni.

Infine, il gruppo di lavoro dei citati medici auspica una revisione del sistema di finanziamento dell’EOC. In primo luogo tenendo conto della necessità di adeguare la degenza dei pazienti alle cure si cui necessitano. Inoltre, tenendo in considerazione i rapporti tra gli istituti pubblici e le cliniche private, il rapporto afferma: “ Tutti gli istituti sono finanziati nella misura del 55 % da fondi pubblici e del 45 % dalle casse malati. Il sistema non tiene conto che le cliniche private possano scegliere cosa offrire, mentre l’ospedale pubblico è tenuto a fornire tutte le prestazioni, anche le più costose e/o complesse. “ Di conseguenza chiede al Gran Consiglio che si faccia promotore di un’iniziativa cantonale da inoltrare al Parlamento federale “ per una revisione della LAMal che comprenda l’abolizione dei sussidi alle cliniche private.”

In conclusione, nell’ambito del prossimo dibattito parlamentare sulla pianificazione ospedaliera cantonale, ci attende un’importante valutazione della situazione della pubblica sanità, e adeguate proposte per il suo miglioramento, nell’auspicio che si tenga in primo luogo conto del significato del servizio pubblico, e del suo ruolo insostituibile.

Diego Scacchi