COMUNICATI

Mercoledì 31 gennaio, il Consigliere federale Albert Rösti si esprimerà sulla riorganizzazione del servizio postale a partire dal 2030 che include i seguenti punti: Primo, la soppressione del sistema posta A-posta B. Secondo, la consegna della corrispondenza a domicilio un giorno sì e uno no (domenica esclusa), anziché sei volte alla settimana. Terzo, l’ulteriore riduzione del numero degli uffici postali. Tutto ciò va ad aggravare un servizio pubblico in condizioni sempre più precarie e inaccettabili.

L’Associazione per la difesa del servizio pubblico (ASP) ha pure preso atto con amarezza delle intenzioni della Posta, che apre il 2024 con un comunicato annunciante la diminuzione dei propri costi del 10%, per risparmiare così circa 42 milioni di franchi all’anno. Di fronte alle “sfide dell’attuale contesto economico” l’azienda, che registra utili milionari (295 milioni di franchi nel 2022; 118 milioni nel primo semestre del 2023), ritiene che la migliore misura da adottare volta a “rafforzare la propria efficienza” sia la riduzione dei posti di lavoro. Sono infatti previsti 110 licenziamenti, aggiustati qua e là con fluttuazioni naturali, pensionamenti anticipati e diminuzioni del grado di occupazione. La Posta annuncia che tale riduzione dei posti “verrà attuata con la massima responsabilità sociale, attenuando le eventuali ripercussioni negative”: una formulazione vergognosa, considerando che le suddette “eventuali” conseguenze negative sono proprio le misure di risparmio che il Gigante Giallo ha deciso di adottare, disoccupando 110 impieghi a tempo pieno. L’azienda ha però magnanimamente offerto ai propri collaboratori la possibilità di “presentare proposte volte a evitare le risoluzioni dei rapporti di lavoro, limitarne il numero o attenuarne le conseguenze”, in qualche modo dunque responsabilizzando (oltre che licenziando) quegli stessi impiegati che lei dovrebbe tutelare. Oltre ai licenziamenti, La Posta ha segnalato che “potrebbero rendersi necessarie modifiche ai contratti di lavoro per un massimo di 114 collaboratrici e collaboratori”, che “riguarderebbero soprattutto il luogo di lavoro”.

L’ASP registra questa decisione con sdegno, considerando che si aggiunge ad altre misure nefaste quali aumento delle tariffe per i consumatori (si ricordino l’imposizione di tasse per ogni pagamento allo sportello e l’aumento delle tariffe per lettere e pacchi) e chiusura degli sportelli, oltre che a lacune di livello qualitativo come i ritardi. Per non parlare delle altre proposte della Commissione incaricata dal DATEC riguardanti il futuro della Posta, che suggerivano bellamente di ridurre il numero degli uffici postali e la soppressione della distribuzione dei giornali (per un approfondimento si veda l’articolo di Graziano Pestoni del 19 marzo 2022). Quanto si prospetta all’orizzonte è lo smantellamento di un datore di lavoro di essenziale importanza, ormai alla mercé di una politica liberista che se ne infischia dei disagi inflitti alla popolazione: l’importante è il profitto. Che la Posta anteponga l’aumento dei propri utili alla tutela dei propri lavoratori e all’accessibilità dei propri servizi per i consumatori è una triste verità che resterà tale fintanto che sarà la folle ideologia neoliberista a guidare l’azienda, compromettendo la qualità del mercato del lavoro e l’universalità del servizio.

L’ASP si oppone fermamente a questa grave decisione e ritiene necessario il ripristino della regia federale della Posta, per contrastare la desertificazione dei servizi e tornare ad un servizio pubblico di qualità con condizioni di lavoro dignitose.

Bellinzona, 31 gennaio 2024